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Una serie di "nodi" ancora non sciolti e alcune riforme non ancora attuate (prima tra tutte la gestione delle "liste di attesa") rendono difficoltoso l'accesso al sistema sanitario nazionale fino alla rinuncia alle cure. Un italiano su dieci, secondo l'ultimo report dell'Istat, ha smesso di curarsi, spesso a causa di motivi economici.
Si tratta di una forma di esclusione che ha un impatto diretto sulla salute individuale e collettiva. Nel 2024, circa una persona su dieci, infatti, (9,9 per cento) ha riferito di avere rinunciato negli ultimi 12 mesi a visite o esami specialistici, principalmente a causa delle lunghe liste di attesa (6,8 per cento della popolazione) e per la difficoltà di pagare le prestazioni sanitarie (5,3 per cento). La rinuncia alle prestazioni sanitarie è in crescita sia rispetto al 2023 (7,5 per cento), sia rispetto al periodo pre-pandemico (6,3 per cento nel 2019. La rinuncia a prestazioni sanitarie è più frequente tra le donne (11,4 per cento) rispetto agli uomini (8,3 per cento), con il divario massimo nella classe di età 25-34 anni (12,5 per cento per le giovani contro 7,1 per cento dei coetanei). La differenza si riduce tra i 65 e i 74 anni e si annulla dai 75 anni. La rinuncia è più elevata per le persone adulte con età compresa tra 45 e 54 anni (13,4 per cento) e in particolare per le donne (15,6 per cento contro l'11,2 per cento degli uomini). In questa classe di età, motivi economici e liste di attesa pesano quasi in eguale misura, mentre dai 55 anni in poi prevalgono le difficoltà legate alle lunghe liste di attesa. Nel 2024, il problema della rinuncia alle prestazioni sanitarie ha interessato il 9,2 per cento dei residenti nel Nord, il 10,7 per cento nel Centro e il 10,3 per cento nel Mezzogiorno. Rispetto al 2019, si osserva una riduzione del divario territoriale, determinata da un peggioramento soprattutto nelle regioni settentrionali: nel 2019, la quota era del 5,1 per cento nel Nord e del 7,5 per cento nel Mezzogiorno. Pure in un contesto di minore variabilità, persistono differenze territoriali nella motivazione alla base della rinuncia: nel Centro-nord sono riconducibili principalmente ai problemi delle lunghe liste di attesa (7,3 per cento al Centro e 6,9 per cento al Nord); nel Mezzogiorno, invece, pesano in eguale misura problemi economici e le lunghe liste di attesa (6,3 per cento dei residenti).
Liste di attesa: obblighi, poteri sostitutivi e fondi non spesi
La Legge n. 107 del 29 luglio 2024 ha introdotto obblighi vincolanti per le Regioni in materia di gestione delle liste di attesa. Dal febbraio 2025, tutte le Regioni devono trasmettere dati settimanali sui tempi di attesa per visite, esami diagnostici e interventi chirurgici, resi pubblici su piattaforme digitali nazionali. Il Piano nazionale prevede un finanziamento complessivo di circa 500 milioni di euro, ma secondo quanto riportato dal Ministero della Salute, una parte rilevante dei fondi risulta ancora inutilizzata, a causa di ritardi nelle delibere regionali.
Per garantire l'effettiva applicazione delle norme, il Ministro della Salute ha adottato un decreto ministeriale operativo da maggio 2025 che consente l'intervento diretto dello Stato in caso di inadempienze. Se una Regione non rispetta gli standard stabiliti, il Ministero può avviare poteri sostitutivi, intervenendo con commissariamenti mirati o gestione centralizzata delle agende sanitarie. Le Regioni hanno però contestato questo strumento, sostenendo che comprometta l'autonomia costituzionalmente garantita in ambito sanitario.
Medici di famiglia: nuovo inquadramento e doppio binario contrattuale
La proposta ministeriale di riforma dell'assistenza primaria prevede che i nuovi medici di medicina generale siano assunti come dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, con contratto di lavoro subordinato. I medici attualmente in servizio potranno invece scegliere se restare in regime convenzionale o transitare nel nuovo sistema.
L'obiettivo è superare il modello a prestazione, promuovendo un'assistenza multidisciplinare e continuativa, anche attraverso l'integrazione dei medici di famiglia nelle Case di comunità. Questo cambiamento intende rafforzare la presa in carico dei pazienti con multicronicità, aumentare la presenza nei territori e migliorare la programmazione dell'assistenza domiciliare. Le Regioni, in sede di Conferenza Stato-Regioni, hanno chiesto un confronto tecnico approfondito sul nuovo modello, evidenziando problematiche legate alla distribuzione del personale, alla contrattualizzazione collettiva e alla sostenibilità economica.
Professioni sanitarie: carenze croniche e fuga verso il privato
Il sistema sanitario nazionale presenta una carenza strutturale stimata in oltre 30.000 infermieri e almeno 15.000 medici specialisti. I concorsi pubblici risultano spesso deserti, e il tasso di abbandono precoce delle professioni sanitarie è in costante aumento. In molte regioni del Sud, interi reparti ospedalieri funzionano grazie a personale a gettone o cooperative. Secondo uno studio pubblicato da Quotidiano Sanità a gennaio 2025, l'età media degli infermieri in Italia supera i 49 anni, con un trend di pensionamento che, nei prossimi 5 anni, potrebbe ridurre del 15% il personale in servizio. Le retribuzioni inferiori alla media europea, la mancanza di riconoscimento professionale e l'instabilità contrattuale spingono molti operatori verso il privato o all'estero.
Accesso alla professione medica: addio al test secco, arriva il percorso progressivo
Prende corpo la riforma dell'accesso alle Facoltà di Medicina. Il Decreto Ministeriale n. 418 del 30 maggio 2025, firmato dalla Ministra Anna Maria Bernini, rappresenta l'attuazione concreta del D.lgs. 71/2025 e della legge delega 26/2025, che hanno riformato le modalità di accesso ai corsi di area medica e veterinaria introducendo un modello misto tra accesso libero e selezione meritocratica, attraverso il cosiddetto semestre filtro.
Il decreto disciplina lo status degli studenti e spiega che dovranno iscriversi entro luglio indicando la sede del semestre filtro, almeno 10 preferenze per la prosecuzione nei corsi principali e almeno 10 sedi per eventuale prosecuzione nei corsi affini. Le materie del semestre filtro saranno: Chimica e propedeutica biochimica, Fisica e Biologia. Gli esami si svolgeranno in contemporanea nazionale, con due appelli per ciascuna materia e ogni esame prevederà 31 domande e 45 minuti per ciascuna prova. Per accedere alla graduatoria di merito si dovrà ottenere un punteggio non inferiore a 18/30 in tutti gli esami. Sarà possibile iscriversi fino a tre volte al semestre filtro, anche non consecutivamente.
L'obiettivo è allineare il numero di iscritti alla reale capacità formativa delle università e al fabbisogno nazionale di medici. Secondo le stime ufficiali, nei prossimi dieci anni saranno necessari circa 40.000 nuovi medici, ma il sistema attuale ne abilita circa 10.000 all'anno, molti dei quali abbandonano prima della specializzazione.
Livelli Essenziali di Assistenza: aggiornamento ancora in attesa di applicazione
Il nuovo DPCM sui Livelli Essenziali di Assistenza è stato approvato nel 2023, ma la concreta erogazione delle nuove prestazioni introdotte (esami genetici, cure palliative domiciliari, terapie innovative) è ancora molto disomogenea. Solo 7 regioni su 21 hanno avviato l'implementazione completa.
L'aggiornamento richiede infrastrutture informatiche adeguate, personale formato e fondi mirati. L'assenza di questi elementi rischia di vanificare i benefici della riforma, alimentando le diseguaglianze tra territori.
Regioni commissariate: vent'anni di piani di rientro e tagli strutturali
Attualmente, 7 regioni italiane sono sottoposte a piano di rientro o a commissariamento per disavanzi sanitari. In alcune di esse, come Calabria, Campania e Molise, il commissariamento prosegue da oltre 15 anni. I piani si sono tradotti in razionalizzazione della spesa, riduzione dei presidi ospedalieri, blocco delle assunzioni e ritardi nei pagamenti ai fornitori. Gli effetti principali sono stati l'erosione dell'offerta sanitaria pubblica, l'incremento della mobilità passiva dei pazienti e un peggioramento generale dell'accesso alle cure.
Allarme spesa sanitaria: sostenibilità a rischio
La Corte dei Conti e l'Ufficio Parlamentare di Bilancio, in due recenti relazioni, hanno espresso preoccupazione per l'insufficienza dei finanziamenti pubblici a fronte dell'invecchiamento della popolazione e dell'introduzione di terapie ad alto costo. Il fabbisogno sanitario nazionale nel 2025 è stimato in 142 miliardi di euro, ma le risorse effettivamente stanziate non superano i 134 miliardi, generando un gap strutturale che rischia di aumentare nei prossimi anni. In assenza di una programmazione a lungo termine, il sistema potrebbe non essere in grado di garantire universalità e sostenibilità.
- Nell'Editoriale del direttore l'analisi sulla praticabilità di un "patto" tra sanita' pubblica e privata per la sostenibilita' economica del sistema sanitario -
'Newsmadeintaly', a partire da questo servizio, darà il suo contributo attraverso notizie ed approfondimenti necessari alla divulgazione della "cultura della prevenzione" per la salute femminile.
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